BED AND BREAKFAST OLIENA (NUORO) (SARDEGNA)

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Escursioni

E da poco passato il carnevale e nei paesi che hanno conservato le ma­schere tradizionali si sono potuti vedere ancora una volta gli ultimi retaggi, da tempo tradotti in folklore, di un culto dio­nisiaco antichissimo, tipico dei paesi agrari, perpetuato senza più ricordarne l'origine, fino ad alcuni secoli orsono. Oliena ha perduto da circa un secolo la sua maschera tradizionale che, secondo le indagini da me fatte negli anni '80, risultava non dissimile, nell'abbigliamento, dalle maschere che ancora sopravvivono in al­cuni paesi dell'interno. Si chiamava cacati, e già il nome la qualifica come una maschera munita di corna. Questo termine viene usato ancora oggi per designare un uomo cornuto, ma anche un buono a nulla, un semplicione; in altre parole la persona adatta a fungere da vittima nel rito del carrasecare nostrano (per avere una visione esauriente del ar­rasecare, vedasi il mio "Maschere, miti e feste della Sardegna", pubblicato nel 1990)1. Ma di questo carrasecare, ad carnevale, Oliena-(BARBAGIA- SARDEGNA) e'scomparso da tempo, non si ha più memoria, se non nei ricordi di alcuni vecchi che ne hanno sentito parlare. Si ha invece memo­ria di una carnevalata, a sfondo satirico, durata fino agli anni '30 del secolo scorso. Era chiamata s'istmnada e consisteva in una sorta di teatro popolare dove venivano messe alla berlina le persone che du­rante l'anno avevano infranto le regole comportamentali. In genere si trattava di relazioni illecite, di qualche ragazza incin­ta fuori dal matrimonio, oppure della scappatella di qualche vedova che non aveva osservato il lutto secondo i dettami più rigorosi.Per realizzare questa istranada si formava un corteo al seguito di un carretto sul quale" era sistemata una botticella sovrastata da un imbuto, avvolta con indumenti maschili, in modo da assumere l'aspetto di un fantoccio. Molto spesso la testa di que­sto era scolpita sul legno di pero selvatico. Il corteo (uomini vestiti da donna in lutto, col volto annerito) comprendeva alcuni poeti estemporanei che affiancavano il car­retto. Ogni tanto questo si fermava presso qualche piazzetta oppure entrava in qualche ampio cortile e qui i poeti improvvisavano degli attitos (canti funebri) fingendo di piangere la morte del fantoccio, ma i loro versi salaci avevano lo scopo di mettere alla berlina alcune persone, facilmente identificabili dalle chiare allusioni, per il comportamento che avevano tenuto durante l'anno. Ne scaturiva pertanto una sorta di processo e di condanna verso alcuni membri della comunità (di solito donne). Naturalmente i canti e gli sberleffi avevano lo scopo di muovere al riso gli spet­tatori, ma anche di fustigare i costumi. Terminati i canti, l'allegra compagnia ri­prendeva il suo viaggio dirigendosi verso un altro rione dove replicava lo spettacolo. non prima però di aver ricevuto un'offerta in vino, in parte bevuto, in parte fat­to scivolare attraverso l'imbuto, entro la botticella. Chi poteva offriva anche salsicce, pezzi di lardo e di formaggio o altre cibarie che sarebbero servite per un pranzo comunitario tra i buontemponi. Ci si soffermava soprattutto presso le famiglie dei benestanti dove la questua era d'obbligo.I cantori di questo teatro satirico popolare non andavano mai via a mani vuote, perché chi nulla offriva rischiava di diventare il bersaglio dei loro canti.II termine s'istranada con cui veniva denominata ad Oliena questa questua carnevalesca è senza dubbio un termine corrotto.Infatti la parola istranada non ha senso, è una chiara derivazione dall'italiano (strano, stranezza) trasformata in sardo in istranu in tempi abbastanza recenti. È assai probabile che il termine esatto fosse s'istri-nada, da istrinas, ovvero doni che bisognava fare in certe occasioni. Questo tipo di questua infatti comportava sas istrinas (latino strenas), usanza un tempo comune inbuona parte dell'Europa e dell'Asia.In una famosa predica fatta il giorno del­l'Epifania dell'anno 400 da Asterie, vescovo di Amasea (Cappadocia), si biasima l'usanza di estorcere doni attraverso la questua che si faceva durante le calende di gennaio2. Lo stesso argomento viene ripreso circa un secolo dopo dal vescovo Cesarie di Arles il quale scrive: "Non permettete che vangano in corteo, davanti a casa vostra, mascherati da cervi, da streghe, o in forma di bestie. Rifiutatevi di dare la strenna, deplorateli e correggeteli e, per quanto potete, impedite loro di agire in questa maniera"3. Anche il concilio di Auxerre del 578 insiste su questo argomento: "Non licet in calendis januarii ve-tula aut cervolo facere, vel strenas diabolicas observare"4. Ma le usanze sono dure a morire e lo constatiamo proprio dal fatto che tale questua fosse ancora viva un secolo fa, a distanza di circa 1500 anni dal­la sua proibizione.I doni fatti in quell'occasione, che grosso­modo corrisponde al periodo del carnevale, vengono chiamati "strenas diabolicas", in quanto si sapeva che venivano fatti in nome di un dio pagano. Poiché tutti i carnevali tradizionali sardi esibivano una vittima che simboleggiava Dioniso, era in nome di questo dio che gli uomini si riscattavano con un'offerta, s'istrìna appunto, data durante la questua. Tutti infatti davano qualcosa. Le persone più povere offrivano almeno una zeppola o "unu ca-steddu 'e nuche" (quattro noci). In molte lo­calità sarde questa questua era chiamata "a Maimone", in quanto s'istrìna veniva fatta in nome di Maimone, corruzione di Mainoles, altro nome di Dioniso. Si capisce pertanto perché il sinodo di Auxerre definisca tali offerte "strenas diabolicas" e raccomandi di non osservarle. Conoscendo questi presupposti, nonché i divieti di numerosi sinodi che frequentemente condannavano queste usanze, pare ovvio che l'esatto nome della questua di Oliena fosse s'istrinada e non s'istranada. È probabile che tale nome sia stato alterato quando non se ne comprese più l'origine, man mano che venivano meno i vari personaggi del carnevale locale, forse come conseguenza di una più cosciente cristianizzazione.Resistette più a lungo la questua, forse perché abbinata a un processo di derisio-ne verso coloro che non avevano rispetta­to i dettami morali diventando in tal modo vittime da condannare, almeno verbal­mente, nel giorno in cui Zorgi, il fantoccio carnevalesco, veniva condannato al rogo, anch'egli in una sorta di scherzoso pro­cesso nel quale gli si attribuivano tutti i mali della comunità.La questua col carretto, su cui era colloca­ta la botticella, veniva fatta sempre l'ultimo giorno di carnevale, ossia il martedì grasso, perché il fantoccio rappresentava la sostituzione della vittima umana che fi­no a quel giorno subiva la passione. Per questa ragione tali fantocci in vari paesi vengono chiamati Juvanne 'e martis oppu­re Martis sera. Le loro ceneri, secondo la credenza, avrebbero fertilizzato la terra; e la vegetazione, fecondata dalla pioggia, si sarebbe rinnovata, come pure la fertilità degli uomini. Subito dopo il rogo, infatti, agli attitos e ai lamenti funebri seguivano le esplosioni di gioia e le danze. I giovani andavano a far le serenate davanti alla ca­sa dell'amata. In alcuni paesi piantavano addirittura un paletto davanti alla porta d'ingresso, un chiaro simbolo fallico, e intanto cantavano: "Andira, andira, a cravare unii brocca, I custu est costumene chi amos connottu!". Usanza che viene rilevata dal Ferrare ancora alla fine dell'Ottocento5. L'orgia bacchica che in tempi lontani seguiva alla passione dionisiaca (Bacco è l'altra faccia di Dioniso) si era col tempo mitigata fino a diventare del tutto simbolica, lasciando però dei segni, come su broccu da conficcare in terra o la stella della Sartiglia, sospesa per aria, da infilzare con lo stocco, entrambi simboli di fertilità.

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